John B. Watson protagonista nascosto della psicologia contemporanea

11th Giu 2019, author: M.Bruscella

John B. Watson protagonista nascosto della psicologia contemporanea

 

 

Pochi ne conoscono il nome, ma in psicologia, nelle scienze umane, nelle neuroscienze, non c’è ambito che non rechi una traccia più o meno profonda del rinnovamento che Watson ha impresso all’inizio del ‘900 alla psicologia nordamericana. Il nome di John B. Watson, il padre del comportamentismo, è legato a quello del piccolo Albert e dell’esperimento che lo vide protagonista. Condotto su un bambino di pochi mesi, il piccolo Albert appunto, l’esperimento di Watson ci ha detto molto del modo in cui nascono le paure e ha dimostrato l’importanza del condizionamento e dell’esperienza nello sviluppo e nel consolidamento delle fobie. L’esperimento, tuttavia, già all’epoca, attirò diverse critiche sullo psicologo statunitense e scatenò qualche polemica per via della giovanissima età della piccola cavia e per la mancanza di un adeguato programma di decondizionamento per cancellare la paura indotta.

L’esperimento del Piccolo Albert

 

Albert era un bimbo di pochi mesi, nel 1920. Era figlio di un infermiera che lavorava all’ospedale di Baltimora, dove Watson e la sua assistente Rosalie Rayner conducevano i loro esperimenti, e divenne protagonista di un esperimento che diede i natali a molti presupposti teorici e metodologici del comportamentismo. Il bambino aveva intorno a sé vari animali, conigli, topi, cani. Watson fece giocare in particolare il bambino con un topolino bianco, con cui egli prese grande confidenza, senza mostrare alcuna paura nei suoi confronti. Fu a questo punto che Watson e la sua assistente associarono sistematicamente, all’entrata in scena del topolino, la comparsa di un rumore forte di improvviso che spaventava molto il piccolo Albert. Nel corso dell’esperimento, sì verifico ciò che viene definito condizionamento. La reazione di paura per il rumore si trasferì, per associazione, al topolino, di fronte al quale Albert inizio a manifestare reazioni di paura anche in assenza di rumore o altri stimoli. Successivamente, la reazione di paura si trasferì, per generalizzazione, ad altri animali o oggetti con caratteristiche simili al topolino.

La teoria watsoniana

 

In questo semplice esperimento vediamo in campo molti degli elementi chiave della teoria watsoniana. Il comportamento umano è sempre una risposta ad uno stimolo. In ogni adattamento, c’è sempre sia una reazione o risposta sia uno stimolo o situazione-stimolo che la suscita. Senza andare troppo al di là dei fatti, possiamo affermare che lo stimolo è sempre costituito dall’ambiente esterno al corpo o dai movimenti dei muscoli e dalle secrezioni ghiandolari e che le risposte hanno luogo subito dopo la presentazione dello stimolo. Ad ogni comportamento umano, anche l’uso più raffinato del linguaggio, della riflessione, che Watson ritiene essere una sorta di linguaggio subvocale, è il risultato di un apprendimento o di un condizionamento di questo genere.

Le critiche

 

In ambito psicologico l’esperimento del piccolo Albert è ampiamente citato e ovviamente criticato. Tanto che nel 1979 Harris pubblica un articolo dal titolo “Cosa è successo al piccolo Albert?”, denunciando il fatto che in diversi testi universitari non venivano esposti correttamente i dati dell’esperimento, tralasciando ad esempio i dettagli che potevano rendere lo studio eticamente inaccettabile o aggiungendo un lieto fine in cui Watson riesce a liberare Albert dalle paure apprese attraverso il condizionamento (Engle & Snellgrove, 1969; Gardiner, 1970; Whittaker, 1965). Ad oggi questo studio mantiene il suo ruolo di punto di partenza per la corrente comportamentista che da lì si è sviluppata.

Piccolo Peter

 

Watson, non aveva fornito dati sperimentali che confermassero l’utilizzo delle procedure per la riduzione delle reazioni fobiche del Piccolo Albert. Ciò fu invece possibile anni dopo, per opera di una sua collaboratrice, Mary Cover Jones, e alla fortunata coincidenza di trovare un bambino con paure analoghe: Peter. Peter aveva due anni e dieci mesi all’epoca dello studio e manifestava reazioni di paura alla vista di un topo bianco, di un coniglio, di una pelliccia e di molteplici animali e oggetti pelosi. Poiché presentava le maggiori reazioni alla vista del coniglio, fu deciso di usare questo animale per una procedura di decondizionamento. Tale procedura è composita e complessa da descrivere; tra l’altro veniva associata la presenza in lontananza del coniglio con il cibo preferito di Peter e con attività ludiche che implicavano altri bambini. Seduta dopo seduta, il coniglio veniva avvicinato, fino a che Peter toccò il coniglio e giocò con lui, come facevano gli altri bambini. Questo studio di Cover Jones è da molti considerato un punto un punto di riferimento nella terapia comportamentale e la Cover Jones è spesso definita “la madre della terapia comportamentale”.

Bibliografia

 

E.Sanavio (2009) Psicoterapia cognitivo comportamentale. Carocci Editore Roma

Bulli, G. Melli (2010). Mindfulness & acceptance in psicoterapia. La terza generazione della terapia cognitivo comportamentale. Editore Eclipsi

A. Matteo Bruscella (2018). John B. Watson protagonista nascosto della psicologia contemporanea

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